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Remote ID sui droni legacy: come funzionano i moduli add-on

A cura di Redazione Formazione DroniPubblicato il Tempo di lettura 5 min

Piccolo modulo elettronico fissato sulla scocca superiore di un drone professionale
Un add-on Remote ID pesa poche decine di grammi, ma va contato nella massa al decollo.
Indice della guida

Se operi in categoria Specific con un drone privo di marcatura di classe, l'identificazione remota diretta ti riguarda comunque: il mezzo non la integra, quindi va aggiunta con un modulo esterno certificato. È l'unico caso in cui un pilota italiano si trova a installare da sé un pezzo di conformità normativa sul proprio drone, e la domanda che arriva più spesso è la stessa: che cosa devo comprare, e come faccio a sapere che sta funzionando.

Da dove nasce l'obbligo

Dal 1° gennaio 2024 l'identificazione remota diretta (DRI, Direct Remote Identification) è obbligatoria per tutti i droni delle classi C1, C2, C3, C5 e C6 e per tutte le operazioni in categoria Specific. ENAC ha confermato che l'obbligo riguarda anche gli scenari standard nazionali oggi utilizzati.

Nelle classi marcate il DRI è un requisito di prodotto: lo integra il costruttore e tu non devi fare nulla, se non tenere aggiornato il firmware e inserire correttamente il numero di registrazione dell'operatore. I droni della classe C0 ne sono esenti.

Il caso scoperto è quello dei mezzi legacy, cioè immessi sul mercato prima del 2024 senza marcatura di classe. In categoria Open non pongono problemi: sotto i 250 g volano in A1, sopra vanno in A3, e in nessuno dei due casi serve il DRI. Ma un legacy che continua a lavorare in Specific, sotto autorizzazione operativa o in uno scenario standard, deve essere dotato di un add-on esterno.

Che cosa trasmette, e a chi

Il Remote ID è la "targa elettronica" del drone: un segnale in broadcast locale, via Bluetooth o Wi-Fi, che chiunque abbia uno smartphone con l'app giusta può ricevere nel raggio di qualche centinaio di metri. Non passa da internet e non richiede infrastruttura.

I dati tipicamente trasmessi sono:

  • il numero di serie del drone o dell'add-on;
  • il numero di registrazione dell'operatore UAS, quello del QR code che hai applicato sul mezzo;
  • posizione e quota del drone, e la sua velocità;
  • la posizione del pilota remoto o del punto di decollo;
  • una marca temporale e l'eventuale indicazione di stato di emergenza.

Il riferimento tecnico europeo è la norma ASD-STAN prEN 4709-002, che definisce i requisiti per soddisfare il Regolamento delegato (UE) 2019/945.

Da non confondere con il network Remote ID, dove i dati transitano su rete cellulare verso un servizio centralizzato: è un servizio dell'U-space, non un requisito di prodotto. Il tema è trattato nella guida su U-space e cosa cambia per i piloti.

Come si installa, senza sorprese

Un add-on è tipicamente una scatoletta di poche decine di grammi, con antenna, GNSS proprio e in molti casi batteria interna. Le cose da guardare, in ordine di importanza:

  1. La conformità dichiarata. Il modulo deve dichiarare la conformità alla norma di riferimento europea per il DRI. È il primo documento da chiedere e da archiviare insieme al resto del fascicolo operativo.
  2. L'alimentazione. Alcuni moduli hanno batteria propria, altri si alimentano dal drone. La batteria interna è più semplice da installare ma aggiunge un elemento da caricare e da verificare prima di ogni volo.
  3. Il posizionamento. L'antenna vuole cielo libero: montarla sotto la scocca, tra i bracci o vicino a superfici metalliche degrada la trasmissione. La posizione tipica è sulla parte superiore, lontano dalle antenne del link di comando e controllo.
  4. Il peso. Entra nella massa massima al decollo. Su un mezzo già carico incide su autonomia e bilanciamento, e va considerato nei calcoli di missione.
  5. La configurazione. Il codice operatore va inserito correttamente: un modulo che trasmette un identificativo sbagliato è, ai fini pratici, un modulo che non funziona.

Il fascicolo, non solo il pezzo

In categoria Specific l'add-on è anche un elemento documentale. Nel dossier dell'operazione dovrebbero comparire il modello e il numero di serie del modulo, la sua dichiarazione di conformità, la procedura di verifica pre-volo e il riferimento nel manuale delle operazioni. In un controllo l'agente vede il drone; l'autorità, in un secondo momento, guarda le carte.

Vale la pena aggiungere una nota di calendario. Dal prossimo 1° gennaio gli scenari standard nazionali italiani non saranno più utilizzabili: resteranno solo gli scenari europei, che richiedono droni marcati C5 o C6. Sono classi che integrano il DRI di serie. Il tema dell'add-on continuerà quindi a riguardare soprattutto le flotte legacy che operano sotto autorizzazione operativa, non chi passa agli scenari europei.

Per approfondire: la guida completa al Remote ID, quella sui droni legacy senza marcatura di classe, il quadro della categoria Specific e la procedura di registrazione su d-flight con il QR code.

Domande frequenti

Il mio drone in categoria Open ha bisogno di un modulo Remote ID esterno?

In categoria Open l'identificazione remota diretta è un requisito delle classi C1, C2, C3, C5 e C6, integrato dal costruttore. I droni di classe C0 ne sono esenti. Un drone legacy senza marcatura, in Open, vola in A1 sotto i 250 g o in A3 sopra: in quel perimetro il modulo esterno non è richiesto.

Che cosa trasmette esattamente il Remote ID?

Tipicamente il numero di serie del drone o dell'add-on, il numero di registrazione dell'operatore UAS, posizione e quota del drone, velocità, posizione del pilota remoto o del punto di decollo, una marca temporale e l'eventuale indicazione di stato di emergenza. La trasmissione è in broadcast locale via Bluetooth o Wi-Fi.

Il modulo aggiunge peso: cambia qualcosa?

Sì, il peso dell'add-on entra nella massa massima al decollo e va considerato nei calcoli di autonomia e di bilanciamento. Su un mezzo vicino a una soglia di peso il dettaglio non è trascurabile, e sul lato aerodinamico conta anche dove lo monti.

Fonti

Le affermazioni normative di questa pagina vengono da qui.

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